Così nacque il museo d’Orsay

Ogni museo, grande o piccolo che sia, ha in sé qualcosa che lo rende unico. E non mi riferisco alle opere che custodisce. A volte può essere il modo in cui la luce naturale accarezza le superfici o il profumo di legno di travi antiche; oppure l’atmosfera intima che vi si respira, il silenzio profondo che pervade le sale, o ancora l’ardita architettura, o il passato tormentato che riecheggia ancora tra le sue mura.

Insomma, c’è sempre un motivo per cui un museo riesce a lasciare in me un segno profondo e con esso il desiderio di tornare ancora.

È successo anche con il Musée d’Orsay e, giuro, questo non ha niente a che vedere con il mio folle amore per Monet & Co.

Al d’Orsay ci vengo soprattutto quando sono di pessimo umore. Il morale si solleva all’istante non appena entro e alzo lo sguardo verso la volta vetrata, mi perdo tra le rosette di gesso che la decorano e le strutture metalliche che la sostengono; guardo la navata centrale e sospiro di soddisfazione pensando che tutto questo avrebbe dovuto scomparire per sempre e invece è ancora qui, più bello che mai.

museo d'Orsay volta vetrata

Contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare, il desiderio di preservare l’eredità del passato ha avuto la meglio sugli interessi economici. E non capita spesso.

Nel 1973 tutto sembrava ormai deciso: la gare d’Orsay sarebbe stata demolita per lasciare il posto a un gigantesco hotel di lusso. Rabbrividisco al solo pensiero e immagino anche voi.

Per fortuna, però, l’opinione pubblica era ancora in agitazione per la demolizione de Les Halles, avvenuta tra la fine del 1971 e l’inizio del 1972. Il ventre di Parigi, come lo aveva definito Zola, era un mercato al dettaglio molto antico, che risaliva al XII secolo.

Victor Baltard l’aveva ristrutturato magnificamente durante il secondo impero, creando padiglioni di vetro sostenuti da sottili colonne in ghisa, aprendo Parigi al XX secolo, come amava dire Gustave Eiffel. Ciò nonostante fu raso al suolo in nome del progresso e, diciamolo pure, del guadagno.

I padiglioni di Baltard

Questo scempio, però, ha avuto il grande merito di evitarne un altro. L’hotel di lusso, che doveva sostituire la vecchia gare d’Orsay, ha dovuto farsi da parte per dare spazio a un’idea tutta nuova: dedicare un museo all’arte della seconda metà del XIX secolo. Quale cornice migliore di una stazione ferroviaria costruita nel 1900?

Ben prima della gare d’Orsay, questi stessi terreni erano occupati dai giardini dell’Hôtel de Marguerite de Valois, la prima moglie di Henri IV (per sapere qualcosa in più sulla reine Margot, cliccate qui). Dopo la sua morte, avvenuta nel 1615, la proprietà fu divisa in lotti e venduta a ricchi e nobili che costruirono i loro hôtels particuliers, alcuni dei quali furono eretti lungo il fiume. Prese vita così un quartiere elegante, che si è mantenuto tale fino a oggi.

Hôtel de la Reine Marguerite- 1615 circa

In quell’occasione, la città si dotò anche di un nuovo porto, la Grenouillière, destinato al legname, che giungeva a Parigi per fluitazione: i tronchi, riuniti in zattere a più piani, venivano trasportati a valle dalla corrente della Senna, evitando l’utilizzo di carri e altri mezzi necessariamente più lenti.

Nel XIX secolo, là dove sarebbe sorta la futura gare d’Orsay, c’erano invece una caserma della cavalleria e il Palais d’Orsay, costruito tra il 1810 e il 1838, che fu prima sede del Ministero degli Affari Esteri e poi ospitò la Corte dei Conti e il Consiglio di Stato.

Il Palais d'Orsay
Il Palais d’Orsay

Durante la Comune del 1871 il palazzo fu incendiato e le sue rovine furono per i successivi trent’anni una muta testimonianza degli orrori della guerra civile. Ancora Zola ne La Débâcle descrive così l’incendio del Palais d’Orsay:

« L’incendie immense, le plus énorme, le plus effroyable, le cube de pierre géant, aux deux étages de portiques, vomissant des flammes. Les quatre bâtiments, qui entouraient la grande cour intérieure, avaient pris feu à la fois ; et, là, le pétrole, versé à pleines tonnes dans les quatre escaliers, aux quatre angles, avait ruisselé, roulant le long des marches des torrents de l’enfer. »

Il Palais d’Orsay dopo l’incendio

Alla fine del secolo, per la quinta volta nella sua storia, Parigi fu scelta per ospitare l’Esposizione Universale, che si sarebbe tenuta nel 1900. All’architetto Victor Laloux venne allora affidato l’incarico di progettare sulla riva sinistra della Senna una stazione ferroviaria, dotata di un hotel di lusso, che permettesse ai viaggiatori provenienti dal sud-ovest del paese di arrivare comodamente in prossimità dell’Esposizione. Ecco che allora le rovine del palais d’Orsay lasciarono il posto ad una costruzione lussuosa e moderna, decisamente al passo coi tempi.

Un unico dictat fu imposto a Laloux: preservare l’armonia architettonica dettata dalla vicinanza del Louvre e delle Tuileries, dove un tempo sorgeva l’omonimo palazzo, che subì la stessa sorte del Palais d’Orsay (qui per conoscerne la storia). Si decise allora di rivestire la struttura in ferro della stazione con la tipica pietra calcarea di Parigi, la pierre de taille.

I lavori, iniziati nella primavera del 1898, terminarono in breve tempo. Il 14 luglio 1900 si inaugurarono la stazione e l’albergo.

La nuovissima trazione elettrica dei treni, che avevano oramai abbandonato il vapore e tutti i suoi inconvenienti, consentì a Laloux di progettare una vetrata completamente chiusa e interni più lussuosi. C’erano innovazioni moderne come il montacarichi per i bagagli e ascensori per i passeggeri.

Col passare degli anni, però, i binari divennero troppo esigui per la lunghezza dei treni moderni e di conseguenza il traffico ferroviario si ridusse di molto.

A partire dal 1939 dalla gare d’Orsay passavano solo i treni diretti in periferia, e alla fine la stazione fu dismessa.

Prima di diventare un museo, per un breve periodo fu sede della casa d’aste Drouot e al suo interno venne persino allestito il tendone della compagnia teatrale Renaud/Barrault.

Quando finalmente arrivò il momento di trasformare la gare d’Orsay nel museo d’Orsay, lo stato indisse un concorso. La progettazione fu assegnata a tre giovani architetti: Pierre Colboc, Renaud Bardon e Jean-Paul Philippon.

Nel 1980, con un secondo bando di concorso, l’allestimento degli interni fu affidato a Gae Aulenti, alla quale si devono anche le due torri che chiudono il corridoio centrale.

Il grande orologio dorato del museo d'Orsay

Il 9 dicembre 1986 il museo aprì finalmente le sue porte al pubblico, che poté ammirare, in un contesto del tutto nuovo, ciò che di meglio l’arte occidentale aveva prodotto dal 1848 al 1914: pittura, scultura, arti decorative, fotografia, arti grafiche e architettura.

Insomma, da una serie di fortunati eventi è nato uno dei musei più belli del mondo, così pieno di meraviglie che è impossibile visitarlo tutto in una volta.

Ho una sola raccomandazione da farvi: entrando non dimenticate di rivolgere un pensiero grato a quelle menti illuminate che ormai più di quarant’anni fa hanno saputo guardare oltre, decidendo di andare controcorrente per donare a noi, visitatori del terzo millennio, uno scrigno prezioso colmo di altrettanto preziosi tesori.

Interni del museo d'Orsay

Qui troverete un servizio di France 2 realizzato dietro le quinte del museo d’Orsay, in occasione del suo trentesimo compleanno.

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