I musicisti un po’ per caso del métro

Gli affollati corridoi del métro parigino assistono ogni giorno al frettoloso viavai di qualcosa come cinque milioni di persone. Alcuni camminano, altri corrono, producendosi in slalom arditi tra la folla per riuscire a salire sull’ultimo treno utile per raggiungere in orario il posto di lavoro.

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Io faccio parte della schiera dei camminatori, ovviamente. Mi fermo persino a leggere i grossi manifesti appesi alle pareti, che spesso pubblicizzano mostre, eventi e spettacoli teatrali, non solo materassi e vendite promozionali. Ho l’animo della tartaruga, non per niente uno dei miei libri preferiti è “Elogio della lentezza”.

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Non amo prendere la metropolitana, lo avrete capito, ma purtroppo qualche volta non ne posso fare a meno e così cerco di distrarmi osservando quello che succede attorno a me. Mi piace quando scendo controvoglia le scale, lasciandomi la luce alle spalle e l’eco di una musica lontana mi accoglie. Seguo la scia sonora, che seducente percorre i corridoi. Ancora qualche metro e oplà, ecco un musicista che si sta esibendo davanti a un nutrito pubblico di viaggiatori. Mi fermo ad ascoltare, senza guardare l’ora. È un bel modo di iniziare la giornata. O di finirla.

I miei primi tempi a Parigi pensavo si trattasse semplicemente di artisti di strada e mi incuriosiva il fatto che fossero tutti davvero bravi. Poi ho scoperto una cosa sorprendente: per ottenere il diritto di fare del metrò il proprio palcoscenico, occorre superare un’audizione. Dal 1997 infatti, la RATP, l’azienda di trasporti parigina, organizza due volte l’anno un casting per scegliere i musicisti che potranno esibirsi nelle sue stazioni. Ecco un altro esempio dell’efficienza transalpina, se ce ne fosse ancora bisogno.

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Mentre mi siedo ad aspettare il mio treno sulle avvolgenti sedie gialle della stazione Abbesses, penso che questi cinque milioni di parigini e non, che ogni giorno si muovono nelle viscere della città, sono un perfetto esempio di varia umanità concentrata in un unico luogo. Hanno l’aria un po’ corrucciata, infastiditi, immagino, dalla necessità di doversi muovere sottoterra, mentre il sole e i colori, la luce e i profumi sono là, sopra le loro teste. E come dar loro torto?

Alcuni hanno un libro come compagno di viaggio, libro che riescono a leggere nelle situazioni più difficili, in vagoni affollatissimi, abbracciati ai pali di sostegno o addirittura in perfetto equilibrio in mezzo ai corridoi, dando prova di un’abilità eccezionale. Chapeau!

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Altri scelgono di farsi scudo della musica e indossano vistose cuffie, come fossero paraorecchie, ascoltando canzoni che solo loro possono sentire, senza muovere un muscolo, a occhi chiusi o guardando senza vedere diritto davanti a loro, assumendo quell’espressione imperturbabile che distingue il parigino d.o.c. dal resto del genere umano. Il viaggio sembra tranquillo, il vagone non è troppo affollato. E a un tratto il treno rallenta, entrando in un’altra stazione. Le porte si aprono et voilà, mimetizzato tra gli altri viaggiatori sale lui, il musicista improvvisato. Niente a che vedere con i musicisti accreditati, naturalmente.

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La prima reazione è quella di alzare gli occhi al cielo e pensare “No per favore, non ancora…”. Perché nel métro capita spesso e di solito non è un’esperienza piacevole per le orecchie.

Un’occhiata fugace allo pseudo musicista che, incurante della disaffezione del pubblico, imbraccia la sua fisarmonica e attacca un grazioso motivetto, e poi di nuovo si abbassa la testa sul libro che stavamo leggendo o torniamo a guardare fuori dal finestrino, ipnotizzati dalla successione di luci che infrangono il buio delle gallerie. I portatori di cuffie non danno segno di essersi accorti della novità.

Intanto la musica prosegue imperterrita e noi altrettanto imperterriti fingiamo di ignorarla. Come se fosse possibile.

Pian piano però la melodia si fa strada. Qualche testa ondeggia impercettibilmente, un piede batte timidamente il ritmo. Dopotutto non è così male.

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Ed ecco che usciamo dai ristretti confini di noi stessi e cominciamo a osservare la situazione sotto una luce diversa: un piacevole fuori programma in mezzo a tutto questo grigiore, un momento sans souci, in cui appare curioso e perfino divertente il fatto che uno sconosciuto sia entrato nel vagone in cui siamo seduti, impazienti di raggiungere la nostra fermata per poter risalire in superficie, armato di una fisarmonica e di un sorriso, e per cinque minuti ci abbia regalato qualcosa di diverso.

La musica cessa, si fruga tra le tasche, si cerca nella borsa, qualche moneta fa la sua comparsa. Il musicista passa tra la gente, lo scambio di un sorriso “Grazie!”. E senza dirlo pensiamo “Beh, grazie a te! “

3 Comments

  1. marcello

    bellissimo per il pieno coinvolgimento nelle sensazioni provate… e poi, in un luogo dove tutti corrono e lasciano poco spazio all’umano sentire della presenza degli altri.

  2. Pingback: Le Filles du Calvaire: storie di un'altra Parigi | Frammenti di Parigi

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