La Sainte Chapelle tra sacro e profano

Camminando dalle parti dell’Île de la Cité, è sufficiente alzare lo sguardo per vedere la flèche della Sainte Chapelle che spunta qua e là confondendosi tra i tetti: gareggia in bellezza con la rivale di sempre, la cattedrale di Notre Dame, e si stupisce di essere finita, lei, simbolo della spiritualità e dell’umano anelito al divino, in mezzo a questioni molto terrene, di quelle che si discutono in un palazzo di giustizia.

E così dall’alto osserva sconsolata il passaggio frettoloso di impiegati e avvocati, poliziotti e comuni cittadini, troppo presi dalle loro faccende per sollevare gli occhi al cielo.

Per fortuna che ci sono i turisti, i soli a dedicare alla Sainte Chapelle la giusta attenzione, altrimenti nessuno si curerebbe di guardarla pieno d’ammirazione, come si conviene a una signora del suo rango, nessuno avrebbe tempo di ascoltarla raccontare una storia vecchia di secoli.

Confesso di sentirmi un po’ a disagio ogni volta che, alla fine della coda, passo attraverso il metal detector, mentre un poliziotto getta un’occhiata distratta alla mia borsa. Poi mi avvio insieme agli altri visitatori per i corridoi del tribunale, i cortili ingombri di auto parcheggiate e finalmente la scorgo in lontananza svettare sugli edifici circostanti e distinguersi per epoca e bellezza.

Il cuore mi si stringe nel vederla soffocata da aule di giustizia e uffici amministrativi, costretta suo malgrado a coabitare col braccio secolare della legge. Ha un’aria triste, un’aura grigia, lei che è stata vanto e orgoglio di un’intera nazione.

Eppure un tempo le cose erano ben diverse. Su questi terreni sorgeva il Palais de la Cité, sede del potere e residenza reale dal X al XIV secolo. Qui batteva il cuore della Francia in divenire, qui si prendevano decisioni che avrebbero pesato sul destino dell’Europa.

Sainte Chapelle

Un bel giorno al pio re di Francia Louis IX, che diventerà santo, si presentò l’occasione della vita: acquistare le reliquie della passione di Cristo, tra le quali figurava la più preziosa di tutte, la corona di spine.

Era il 1239 e Baldovino II, ultimo sovrano latino dell’impero bizantino, in cerca di danari per riconquistare i suoi domini, decise di separarsi da questo inestimabile tesoro, custodito gelosamente a Costantinopoli da tempi immemorabili.

I primi acquirenti furono i veneziani, che a loro volta vendettero al re di Francia le reliquie. In questo modo Louis IX aumentò il prestigio del suo paese, trasformando Parigi nella Gerusalemme d’Europa e facendone a buon diritto la seconda capitale della cristianità.

Sainte Chapelle

Per reliquie di tale importanza occorreva uno scrigno altrettanto prezioso. Fu così che Louis IX decise di far costruire una cappella palatina degna della corona di spine.

Su due livelli, con un’unica navata e l’abside semicircolare, la Sainte Chapelle fu edificata in tempi record, appena sette anni: i lavori iniziati nel 1242 terminarono nel 1248.

In origine le reliquie erano esposte nella cappella superiore, riservata al re, alla sua famiglia e ai canonici che si occupavano degli uffici liturgici. Vi si accedeva direttamente da una scalinata esterna. La cappella inferiore era invece destinata al culto del personale di Palazzo.

Sainte Chapelle

Dispiace vederla oggi così buia e ingombra di stand di souvenir, che mi sembrano fuori posto qui dove per secoli i più umili hanno aperto i loro cuori a Dio. Già mortificata dagli architetti, che ne avevano sacrificato l’altezza a beneficio della cappella superiore, non meritava questo affronto.

Durante la Rivoluzione, la Sainte Chapelle, vero e proprio simbolo della regalità di diritto divino, subì molti danneggiamenti, perciò ha del miracoloso il fatto che le vetrate siano ancora oggi le stesse che Louis IX contemplava in preghiera.

Come fragili pareti circondano la cappella superiore, lasciano che la luce le attraversi dolcemente, penetri all’interno e dipinga il pavimento di mille colori, giochi con il legno delle statue e accenda la policromia delle colonne, evidenziandone le raffinate geometrie.

Per oltre quindici metri s’innalzano verso il cielo le vetrate del re Santo, leggere, quasi eteree.

Divise in 1113 pannelli, raccontano storie del Vecchio e del Nuovo Testamento e anche le vicissitudini delle reliquie della Passione, che uno strano destino ha condotto fino a Parigi.

È impossibile non emozionarsi davanti a tanta bellezza e nonostante la sala sia affollata di visitatori, le parole sono sussurri nelle lingue più diverse.

Il soffitto è un cielo notturno ricamato di stelle, il rosone un intreccio di petali delicati che incanta e seduce. E se, senza fiato per tanto splendore, decidiamo di attraversare il portale e uscire all’esterno, scopriremo che il vetro ha lasciato alla pietra il compito di narrare la storia dell’umanità.

Le pagine della Bibbia prendono vita nei bassorilievi, raccontate dalle abili mani di artisti sconosciuti: la creazione, Adamo ed Eva, l’arca di Noè, è tutto lì, basta girare attorno alle colonne e guardare senza fretta.

Indugio ancora qualche momento, con la punta delle dita sfioro furtiva la pietra, imprimo nella mente e nel cuore la meraviglia. Ecco ora sono pronta a scendere gli scalini che mi ricondurranno giù ad affrontare il mondo.

Per scoprire com’era la Sainte Chapelle delle origini, guardate questo video che vi farà viaggiare indietro nel tempo.

Se invece volete leggere di un’altra Sainte Chapelle, vi rimando a questo articolo di Frammenti di Parigi: Dietro le mura dello Château de Vincennes.


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