Le Filles du Calvaire: storie di un’altra Parigi

Come già sapete, non sono una grande fan dei trasporti sotterranei, nonostante siano un’inesauribile fonte di ispirazione, un disincantato e puntuale sguardo sulla varia umanità che si aggira nelle viscere della città, per non parlare dell’esperienza sensoriale, che non è quasi mai piacevole, ma è altamente illuminante. Quindi, quando mi capita di dover prendere la metropolitana mio malgrado, ne approfitto per “guardare”, evitando di respirare a pieni polmoni. Andando su e giù per le linee del métro, ormai i nomi di alcune delle oltre trecento stazioni parigine sono divenuti familiari e risuonano nella mia testa semplicemente come attributi toponomastici di un luogo, riferimenti spaziali, niente più. Ce ne sono alcuni però alquanto singolari che stuzzicano la mia curiosità. Qualche sera fa mi trovavo su una discretamente affollata linea 8 che mi stava riportando a casa. Stufa di condividere l’esiguo spazio del vagone con tutta Parigi e qualche sconcertato turista, mi sono letteralmente buttata giù dal treno alla fermata Filles du Calvaire, che non rientra nelle mie abituali frequentazioni. Così, mentre risalivo in superficie a riveder le stelle, che ancora non erano apparse, dato che in estate qui fa buio molto tardi, mi sono chiesta per la prima volta il perché di questo nome impegnativo e altamente evocativo, che rimanda immediatamente alla collina del Calvario, nella lontana Gerusalemme.

Filles du Calvaire

Chi erano queste Figlie del Calvario e che cosa era loro successo per meritare un simile appellativo? Ho scoperto così che il nome deriva non da un evento tragico (per fortuna), ma più semplicemente da quello di un ordine religioso. In questa zona, infatti, non lontano dalla stazione del métro, nel XVII secolo sorgeva un convento, sede della congregazione delle suore benedettine di Notre Dame du Calvaire, dette più comunemente Filles du Calvaires. Il boulevard e la strada che oggi portano lo stesso nome confinavano con il giardino del complesso conventuale. Ecco che la Parigi urlante che mi circonda scompare per lasciare il posto a un’altra Parigi, ancora poco urbanizzata, ricca di spazi verdi, di orti e frutteti, di palazzi nobiliari circondati da grandi giardini. Se fossi passata di qui quattrocento anni fa, avrei camminato per sentieri di terra battuta delimitati dalle mura del convento, ascoltando le preghiere innalzate dalle suore a Dio. Quello delle Filles du Calvaire è un ordine che risale al lontano 1621 e che si ispira alla regola di San Benedetto: ora et labora. Durante la Rivoluzione francese, neanche a dirlo, l’ordine fu soppresso, le suore cacciate e il loro convento divenne bene nazionale. Se ne fece una caserma di cavalleria, giusto per marcare le distanze tra l’Ancien Régime e il nuovo corso politico. Ai tempi non si andava troppo per il sottile e non si disdegnava di tagliare la testa anche ai religiosi, spesso di nobili origini. Questa fu la sorte riservata a una delleFilles du Calvaire Filles du Calvaire, Rosalie du Verdier de la Sorinière, che fu ghigliottinata ad Angers durante il Terrore, colpevole di aver offerto rifugio e ospitalità ad alcuni rivoltosi durante la guerra di Vandea. Fu beatificata assieme ad altri novantanove martiri della Rivoluzione nel 1984.

Dopo la Rivoluzione, l’ex convento fu abbattuto per fare posto a due strade, destino comune a molti edifici di questa città amante degli ampi viali.

Oggi le Filles du Calvaire continuano la loro vita di pace lontano da Parigi in quattro differenti monasteri, di cui uno a Gerusalemme, ma dividendosi come sempre tra preghiera e lavoro. Producono con successo immutato l’eau d’emeraud, una lozione miracolosa creata nel convento di Orleans nel XVII secolo. Si racconta che una giovane povera, che era entrata in convento, possedesse la ricetta del medicamento, donatale da un farmacista con queste parole: “Se tu e le sorelle produrrete la lozione, non mancherete mai di pane”. E in effetti il successo fu immediato e duraturo. Anche la mondanissima Madame de Sévigné ne parla in una lettera alla figlia del 1685: “Dopo l’incidente che ho avuto con la carrozza, metto sulla gamba ferita un’acqua di smeraldo così piacevole, che dà sollievo e guarisce tutto”.

Così, anche se il convento di Parigi non esiste più da tempo, le sue vicende sono racchiuse nel nome di una stazione del métro, ultimo presidio prima dell’oblio, che ricorda a chi abbia voglia di prestare orecchio come spesso il desiderio di una vita semplice si scontri con la storia con la “s” maiuscola. E tra le due, purtroppo, non c’è partita.

 

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