Il Musée de la vie romantique, “la campagne à Paris”

Amo le case museo. Amo le loro dimensioni ridotte, l’atmosfera che vi si respira, l’intimità condivisa con i proprietari di un tempo, gli oggetti di vita quotidiana divenuti tanto preziosi da meritare di essere esposti. E tra tutte, quella del pittore Ary Sheffer, oggi Musée de la vie romantique, è forse la mia preferita.

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Non è la più bella, non è la più importante, non è la più famosa, ma possiede un fascino segreto, una malia che incanta, un’anima sincera che si mostra senza alcun pudore dal primo momento in cui varchiamo il cancello, al numero 16 di rue Chaptal, e ci incamminiamo verso la casa percorrendo un vialetto lastricato stretto tra palazzi e bordato d’edera, che arrossisce timida con l’arrivo dell’autunno.

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Un’oasi verde in mezzo alla città fatta di silenzio e grazia, perla del 9ème arrondissement e un tempo cuore pulsante di quella che fu la Nouvelle- Athènes, epiteto ampiamente meritato attribuito a questa zona di Parigi, dove abitavano artisti del calibro di Delacroix e Géricault.

Fino al primo decennio del XIX secolo qui c’erano solo campi coltivati e frutteti, che raggiungevano le dolci pendenze della vicina collina di Montmartre, e in mezzo alle colture c’erano anche delle guinguette, trattorie di campagna dove, oltre a mangiar bene, ci si poteva anche divertire a ritmo di musica, degnamente celebrate qualche decennio più tardi dai pennelli fatati di Monet e Renoir.

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Durante il periodo della Restaurazione e poi della monarchia di Luglio, una speculazione edilizia cancellò la campagna e la sostituì con palazzi e case, che attirarono l’interesse di scrittori, pittori, musicisti e anche di qualche attore, ovvero degli artisti che costituirono l’élite del movimento romantico parigino. E ancora oggi l’aria che si respira da queste parti conserva le tracce del loro passaggio.

Ary Sheffer, pittore di origine olandese, rappresentante di spicco della scuola romantica, giunse a Parigi nel 1813. A partire dal 1822 divenne insegnante di disegno dei figli del duca d’Orleans, il Louis Philippe che pochi anni più tardi sarebbe stato proclamato re al posto del cugino Charles X.

Sheffer venne ad abitare in questa “nuova repubblica delle arti e delle lettere” proprio nel 1830, l’anno in cui il duca salì al trono, affermando così la sua posizione di rilievo in seno all’élite culturale del tempo.

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Una volta oltrepassato il cancello, ci accorgiamo subito di aver lasciato la città e di essere giunti in un romantico angolo verde dall’allure campestre. Il piccolo giardino invaso da piante e fiori, la casa con la facciata chiara e le imposte verde veronese, la piccola scala con la ringhiera di ferro battuto, tutto fa pensare alla tranquillità della campagna, alla vita semplice condotta ai ritmi della natura e riempie il cuore di struggimento e nostalgia per qualcosa andato perduto per sempre.

Mi ricorda un po’ la casa di Monet a Giverny, forse per i suoi colori, per la sua delicata bellezza, per il caos ordinato della vegetazione.

Di fronte alla casa, ai lati del vialetto d’ingresso, ci sono due atelier, uno dei quali era adibito a salotto. Sheffer vi riceveva le tout Paris artistico e intellettuale del tempo: Delacroix, suo vicino di casa, George Sand e Chopin, che suonava volentieri il pianoforte del suo ospite, Dickens, Listz e la compagna Marie d’Agoult, famosa scrittrice conosciuta con lo pseudonimo di Daniel Stern, la mezzo soprano Pauline Viardot, Rossini e Turgeniev. L’altro atelier era usato per dipingere da Ary e dal fratello minore Henry.

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Il piano terra della casa museo è oggi interamente dedicato a George Sand: ritratti, ricordi, mobili e oggetti che le sono appartenuti e alcuni suoi acquarelli dipinti con una particolare tecnica, detta dendrite, o à l’écrasage, che lasciava molto spazio alla creatività.

Consiste nel posare del colore sulla carta e poi tamponarlo con del cartoncino. Le forme o macchie che ne derivano vengono poi completate a pennello dall’artista con risultati sorprendenti.

Al primo piano, invece, sono esposte le opere del padrone di casa e di suoi contemporanei, oltre a mobili d’epoca.

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Le stanze sono piccole, intime, dolcemente illuminate dalla luce che entra dalle finestre. Si ha la sensazione di muoversi in un ambiente familiare, décontracté, come direbbero i francesi, dove ciascuno è benvenuto, anche un visitatore che viene dal futuro.

dendrite di George Sand

Nel giardino, una piccola sala da té prolunga il piacere della visita e invita a perdersi in questa piega del tempo, che socchiude le porte dell’epoca romantica giusto il tempo di dare una sbirciatina, cullandoci nell’illusione di essere in compagnia degli artisti che un tempo frequentavano questa casa, assorti nell’ascolto delle note struggenti di un pianoforte.

sala da tè

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