La Maison de Loo: una pagoda a Parigi

Rosso. È il colore la prima cosa che salta agli occhi quando ci imbattiamo nella Maison de Loo. Rosso, tanto, forse troppo, almeno per Parigi, quasi sempre vestita della pietra chiara delle cave del vicino dipartimento dell’Oise.

La Maison de Loo è rossa a tal punto da sembrare un miraggio, uno scherzo dei sensi.

Eppure quella strana architettura, che parla la lingua dei pittogrammi e che un tempo inneggiava agli imperatori figli dei draghi, esiste. È lì, davanti ai nostri occhi, ed è senza ombra di dubbio una pagoda cinese.

Vi chiederete che cosa ci fa una pagoda nell’elegante 8ème arrondissement, a due passi dal Parc Monceau (clic qui per l’articolo). Si potrebbe pensare che sia un’eccentricità da milionario, ma in realtà si tratta, ancora una volta, di marketing.

Facciata de la Maison de Loo
Un desiderio da soddisfare e un po’ di pubblicità

L’edificio d’angolo tra le rue Monceau, de Courcelles e Rembrandt, fu costruito a metà dell’ottocento, in piena epoca haussmanniana, con la tipica estetica di quel periodo, utilizzando la pietra calcarea. Queste sono le condizioni in cui probabilmente lo ammireremmo ancora oggi, se il cinese Ching-Tsai Loo, mercante e collezionista di arte asiatica, non l’avesse acquistato nel 1925.

Grande appassionato della cultura del suo paese, Loo decise di trasformare l’edificio al numero 48 di rue de Courcelles in una pagoda e affidò il progetto all’architetto Fernand Bloch.

Monsieur Loo desiderava un luogo dove le sue collezioni personali fossero valorizzate e al tempo stesso utilizzò la pagoda per pubblicizzare la sua attività di gallerista specializzato nell’arte dell’estremo oriente.

Bloch riprodusse sull’edificio alcune caratteristiche tipiche dell’architettura cinese, primo fra tutti l’intonaco rosso. Aggiunse altri due piani ai due già esistenti, il tetto a spina di pesce con le tegole smaltate e le tradizionali curvature alle estremità, cornici scolpite, colonne e ricchi ornamenti in ceramica e bronzo, oltre a un portale decorato, creando una facciata che rompeva completamente con l’estetica del quartiere.

Dettaglio della facciata e del portale della Maison de Loo
Una biografia creata a tavolino

Orfano di origini modeste, Loo costruì un impero commerciale grazie alle sue capacità personali e ad una certa propensione alla mancanza di scrupoli. Poco incline a parlare delle sue origini, s’inventò un passato adatto a sedurre la buona società occidentale, raccontando di essere il discendente di una famiglia di intellettuali caduta in rovina.

In realtà, all’età di dieci anni perse i genitori ed entrò al servizio degli Zhang, una ricca famiglia di mercanti che commerciava seta. Giunse a Parigi nel 1902, al seguito del primogenito degli Zhang, nominato all’ambasciata cinese in Francia.

Parallelamente alle sue attività diplomatiche, Zhang si dedicò ad alcune attività commerciali: un negozio di articoli d’importazione in place de la Madelaine, a cui si aggiunse la galleria d’arte Tongyun, ribattezzata Ton-ying. La gestione del negozio fu affidata a Loo che si conquistò la fama di esperto.

Nel 1908 Loo aprì una galleria tutta sua, iniziando gli occidentali alla vera arte orientale: giade e bronzi antichi, dipinti buddisti, la grande statuaria. Organizzò personalmente spedizioni in templi, tombe e palazzi imperiali per accaparrarsi i pezzi migliori da esportare, più o meno legalmente, in occidente. Il mercato crebbe a tal punto che Loo aprì una succursale a Londra e poi a New York.

© The Pagoda Paris
La Maison de Loo

Ormai ricchissimo, Loo acquistò un hôtel particulier nella piana di Monceau per accogliere le sue collezioni private, la sua abitazione e uno spazio dedicato alla vendita. E come dicevamo, con una geniale operazione di marketing, decise di trasformarlo in pagoda.

Anche gli interni furono curati nei minimi dettagli.

Al piano terra la salle des cavaliers sfoggia un magnifico fregio decorato con carri. I due salotti hanno soffitti a cassettoni ornati di draghi cinesi. Al primo piano, il pianerottolo e le due sale sono rivestite di pannelli in lacca cinese del XVII e XVIII secolo. Al quarto piano la galleria indiana presenta boiseries e sculture con motivi di cavalieri ed elefanti del XIX secolo, provenienti da un tempio del Rajasthan. La gabbia dell’ascensore e la cabina sono in legno e lacca e persino la sala d’esposizione nel seminterrato è iscritta nel registro dei Monuments historiques.

Interni della Maison de Loo
© The Pagoda Paris

A partire dal 1948 la gestione della galleria passò alla figlia di Loo, Janine. L’anno seguente il regime comunista in Cina chiuse le frontiere alle esportazioni e l’attività di famiglia si ridusse considerevolmente.

Il nipote di Loo, Joël Cardosi, vendette la Maison nel 2010 a un investitore privato che dette il via a una grande ristrutturazione.

Nella Maison de Loo sono tuttora conservati gli archivi di famiglia, composti da 1300 libri, 3000 cataloghi di esposizione e vendita, 3000 fotografie originali di oggetti d’arte e la corrispondenza professionale di Monsieur Loo, assieme a numerosi manufatti rari.

© The Pagoda Paris
Un museo privato e una galleria d’arte

La Maison de Loo è un’abitazione privata, ma ogni tanto, fedele alle sue origini, si trasforma in uno spazio di esposizione e vendita di oggetti d’arte, nonché in una location che si può affittare per eventi. Solo in questo modo è possibile visitarne gli interni, inaccessibili in mancanza di un invito.

Ma se gli splendori delle stanze si immaginano o al massimo si ammirano in una foto, l’imponenza della pagoda di Monsieur Loo è ben visibile a tutti dalla strada e, credetemi, è un incontro che lascia il segno.

Acquerello de la Maison de Loo
© The Pagoda Paris

Se però siete curiosi di scoprire gli interni, vi basterà cliccare qui. Si tratta del link a una trasmissione di France5 che giusto all’inizio si occupa della Maison de Loo. Buona visione.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Back to Top