Le sedie verdi del Jardin du Luxembourg

Da tempo ormai, le sedie verdi del Jardin du Luxembourg sono parte integrante del panorama parigino. Fanno bella mostra di sé in milioni di foto, in film vecchi e nuovi e vantano un certo numero di libri ad esse dedicati. Si può dire, senza timore di essere smentiti, che non c’è Parigi senza le sue sedie, un po’ come accade per le fontane Wallace (quelle colonnine verdi con le cariatidi che si trovano ovunque in giro per la città), a cui tutti noi camminatori compulsivi ci siamo dissetati almeno una volta riempiendo le nostre bottigline con della fresca eau de Paris.

sedieEbbene, queste iconiche sedie color verde oliva, di cui il creatore originario è, ahimè, rimasto anonimo, hanno una lunga storia alle spalle. La loro prima comparsa al Luxembourg risale al XVIII secolo, quando il Senato francese, da cui il giardino dipendeva e dipende ancora oggi, deliberò di affiancare alle classiche, e diciamolo pure, molto scomode panchine, delle sedie che potessero essere spostate a proprio piacimento, dando la possibilità ai parigini, fin d’allora appassionati frequentatori di giardini, di scegliere liberamente dove sistemarsi in cambio di una modica cifra. E così, in base alla propria indole, all’umore del giorno o alle condizioni meteorologiche, ciascuno poteva sedersi nell’angolo preferito, da solo o in compagnia, per leggere il giornale o discutere degli ultimi avvenimenti politici, per ricamare o dedicarsi a un po’ di gossip, attività che non passa mai di moda e che viene ampiamente praticata su queste sedie ancora ai giorni nostri. Nel periodo antecedente alla Prima guerra mondiale, le sedie si affittavano per 20 soldi.

Nel 1923, gli atelier delle fonderie parigine crearono un nuovo modello di sedia, più vicino a quello su cui ci accomodiamo oggi, di cui purtroppo gli archivi non conservano alcun disegno, ma che pare fosse un piccolo capolavoro del savoir faire francese. Il noleggio passò da 20 soldi a 20 centesimi, con buona pace di chi non poteva permettersi questo lusso. Comparvero poi le tre varianti: sedia con braccioli, sedia senza braccioli e sedia con braccioli leggermente allungata, una sorta di poltroncina, insomma. Il prezzo del noleggio variava in base alla comodità e le poltroncine, che oggi sono le più richieste e su cui in molti non disdegnano di fare un pisolino nascosti dietro gli occhiali da sole, erano appannaggio delle classi più agiate.

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La consuetudine di affittare le sedie proseguì fino al 1974, anno in cui finalmente furono messe gratuitamente a disposizione  di parigini e non. I più anziani ricordano ancora la figura della chaisière, la signora addetta al noleggio, e i sui difficili rapporti con i clienti, che talvolta cercava di imbrogliare facendo pagare due volte chi usava la sedia per assistere a un concerto e poi si spostava in un altra parte del giardino, e che invece era imbrogliata da quelli che si portavano sedie e poltroncine da casa. La questura registrava puntualmente le lamentele di entrambe le parti e si adoperava per mettere pace.

Nel 1990 il Senato indisse una gara d’appalto per la fabbricazione di nuove sedie, gara vinta dall’impresa Fermob, divenuta famosa nel mondo proprio grazie a queste sedie, che non restarono appannaggio esclusivo dei giardini del Senato, ma furono commercializzate su più larga scala: privati cittadini e altri giardini pubblici acquistarono le nuove sedie, chiamate guarda caso “Luxembourg”, per arredare i loro spazi all’aperto.

Nel 2004 le sedie si rinnovarono cambiando leggermente il loro design ad opera del disegnatore Frédéric Sophia e passarono dal ferro all’alluminio per una maggiore praticità e leggerezza, ma anche per resistere meglio alle intemperie.

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Università di Harvard

Oggi sono prodotte in ventiquattro colori diversi ed esportate dappertutto nel mondo. L’università di Harvard ne ha acquistate seicento di colori vivaci per portare sui suoi prati un petite touche à la française, perché si sa, gli americani vanno pazzi per tutto quello che riguarda la douce France.

Capirete, quindi, come non sia possibile venire a Parigi e non passare almeno qualche ora seduti su una di queste sedie, al riparo di alberi secolari, in mezzo a un giardino alla francese, o all’inglese, se preferite, o vicino al frutteto e alle sue varietà di mele antiche, nel roseto o con vista sulla copia della Statua della Libertà (eh sì, ce n’è una anche qui), magari leggendo il racconto di Maupassant Menuet, in cui parla così del Jardin du Luxembourg:

«C’était comme un jardin oublié de l’autre siècle, un jardin joli comme un doux sourire de vieille. Des haies touffues séparaient les allées étroites et régulières, allées calmes entre deux murs de feuillages taillés avec méthode… De place en place on rencontrait des parterres de fleurs, des plates-bandes de petits arbres rangés comme des collégiens en promenade, des sociétés de rosiers magnifiques et des régiments d’arbres à fruits ».

(Era come un giardino dimenticato di un altro secolo, un giardino grazioso come un dolce sorriso di vecchia. Folte siepi separavano i viali stretti e regolari, viali calmi tra due mura di fogliame tagliato ad arte… Di angolo in angolo si incontravano parterre di fiori, aiuole di giovani alberi in file ordinate come scolari in gita, compagnie di rose magnifiche e reggimenti di alberi da frutto).

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